Automotive, design e software: perché l’auto del futuro non è solo “uno smartphone su ruote”
L’industria automobilistica europea – e italiana in particolare – sta attraversando una delle fasi di trasformazione più complesse della sua storia recente. Elettrificazione, digitalizzazione, nuovi modelli di mobilità e l’ingresso massiccio di costruttori asiatici stanno ridisegnando equilibri industriali e competitivi che per decenni erano sembrati consolidati.
È questo il contesto al centro dell’ultima puntata di Smart Car, il format condotto da Massimo De Donato, che ha ospitato Giuseppe Bonollo, neo-presidente del gruppo Car Design & Engineering di ANFIA.
Il design come leva industriale, non solo estetica
Uno dei messaggi chiave emersi dal confronto riguarda il ruolo del design italiano, spesso ridotto – erroneamente – a una dimensione puramente estetica. In realtà, come sottolineato da Bonollo, il design automobilistico è da sempre una sintesi tra forma, funzione e ingegneria.
Non è mai “bellezza fine a se stessa”, ma interpretazione evoluta di sistemi complessi: sicurezza, aerodinamica, ergonomia, identità del brand e oggi, sempre di più, integrazione con architetture digitali avanzate. Un ambito nel quale la filiera italiana, fatta di grandi competenze e di un tessuto diffuso di PMI altamente specializzate, continua a rappresentare un punto di forza riconosciuto a livello globale.
Software centrale, ma l’auto resta un oggetto complesso
Nel dibattito sull’auto del futuro ricorre spesso la definizione di “smartphone su ruote”. Un’espressione suggestiva, ma riduttiva. Se è vero che nel 2026 – e ancor più negli anni a venire – il software sarà centrale nella definizione del veicolo, è altrettanto vero che l’automobile resta un prodotto industriale di straordinaria complessità.
Sicurezza attiva e passiva, affidabilità meccanica, normative stringenti, gestione dell’energia e riconoscibilità del marchio impongono un livello di progettazione molto più articolato rispetto a qualsiasi dispositivo elettronico di consumo. È proprio qui che il design e l’ingegneria devono lavorare insieme per evitare che la tecnologia diventi un semplice “contenuto anonimo”.
Brand identity ed esperienza digitale dell’utente
Un altro passaggio chiave riguarda l’evoluzione del concetto di brand. Oggi la riconoscibilità di un marchio non passa più soltanto dal design esterno o dalle prestazioni del motore, ma sempre più dall’esperienza digitale complessiva offerta al conducente: interfacce, servizi connessi, personalizzazione e user experience.
In questo senso, il parallelo con lo smartphone diventa più pertinente, ma resta confinato all’esperienza utente, non alla natura del prodotto. L’automobile continua a richiedere una visione sistemica, dove ogni elemento – fisico e digitale – contribuisce a raccontare una storia coerente.
L’opportunità (anche) per i nuovi costruttori asiatici
Lo sbarco massiccio di brand asiatici sul mercato europeo, già evidente nel 2025 e destinato a rafforzarsi nel 2026, rappresenta una sfida ma anche un’opportunità. La creatività, la qualità progettuale e la capacità narrativa del design italiano possono diventare un asset strategico anche per questi nuovi player.
Non si tratta solo di “stile”, ma di saper interpretare le aspettative dei consumatori europei e tradurle in prodotti credibili, riconoscibili e competitivi. Un patrimonio di competenze che il sistema industriale italiano deve continuare a valorizzare, facendo leva sulla collaborazione tra design, ingegneria e industria.
Una riflessione che riguarda tutta la filiera della mobilità
Le considerazioni emerse da Smart Car non parlano solo ai costruttori, ma a tutta la filiera della mobilità: componentistica, logistica automotive, trasporto veicoli, servizi digitali e gestione delle flotte. La transizione in atto non è soltanto tecnologica, ma culturale e industriale.
Comprendere come design, software e identità del prodotto si integrino diventa fondamentale anche per chi opera a valle, nel mondo dei trasporti e della logistica, chiamato a confrontarsi con veicoli sempre più connessi, personalizzati e orientati ai dati.
Un cambiamento che richiede visione, competenze e – come emerso chiaramente – la capacità di non affidarsi al caso, ma a scelte strategiche consapevoli.

