Corte Conti chiede rapida chiusura società Stretto Messina

ponte_sullo_stretto_tn_290_230La relazione diffusa dai magistrati mostra che la società è costata quasi due milioni di euro nel 2015, suggerendo una sua celere liquidazione. Anche perché la costruzione dell’opera non è in agenda.

La propaganda dei politici di vario colore sul ponte sullo Stretto di Messina – che appare regolarmente prima di ogni consultazione elettorale che interessa la Calabria o la Sicilia – costa quasi due milioni di euro l’anno, che si aggiungono aigli oltre 960 milioni spesi negli anni precedenti. Lo afferma la relazione della Corte dei Conti sulla società Stretto di Messina, diffusa il 13 gennaio 2017. Un prezzo ritenuto eccessivo dai magistrati, tenendo anche conto che non esiste al momento alcun concreto segnale sulla realizzazione dell’opera, che quindi ne chiedono una rapida liquidazione.
La relazione della Corte dei Conti ricostruisce la storia dell’ultima fase della telenovela sul ponte. Nel 2003, il Cipe approvò il progetto preliminare, che sarebbe stato realizzato con fondi privati, per il 60%, e della concessionaria pubblica – appunto la Stretto di Messina (costituita nel 1981) – per il restante 40%. Così, nel dicembre dello stesso anno venne firmata la convenzione e nel biennio successivo la Stretto di Messina svolse la gara per trovare il contraente generale per la progettazione definitiva e la costruzione del ponte.
Nel marzo del 2006, la società annunciò il vincitore della gara, la Eurolink, che aveva presentato un’offerta di 3.879.599.733 euro. Per la parte operativa, vennero individuate due fasi: elaborazione del progetto definitivo e progettazione esecutiva con successiva consegna dei lavori. Ma lo stesso anno il nuovo Governo stabilì che l’opera non era più prioritaria e quindi nel settembre del 2007 la Stretto di Messina dichiarò che non avrebbe avviato le procedure contrattuali. Eurolink annunciò una richiesta danni.
Nel frattempo, però, Il Governo nominato nel 2008 riaffermò la natura prioritaria del progetto e attuò alcuni provvedimenti, tra cui una delibera del Cipe per l’esproprio degli immobili interessati e la nomina di un commissario. Quindi, la Stretto di Messina stipulò nel settembre 2009 un nuovo accordo con Eurolink, introducendo penali in caso di recesso. Il novembre successivo, il Governo s’impegnò a fornire un contributo in conto impianti di 1,3 miliardi e coprire eventuali maggiori fabbisogni per varianti approvate. Così, nel dicembre del 2009 venne approvata la convenzione.
La Corte dei Conti rileva che “se il contratto del 2006 non fosse stato modificato dall’accordo transattivo del 2009, la mancata approvazione da parte del Cipe del progetto definitivo non avrebbe potuto comportare la richiesta del riconoscimento dei notevoli oneri finanziari descritti in favore del contraente generale”. Nell’ottobre del 2012, il contraente generale chiese una revisione delle condizioni contrattuali, perché erano passati i termini per l’approvazione del progetto definitivo e del relativo finanziamento. Il 2 novembre, prima della scadenza del termine di recesso, il Governo dettò nuove norme sulla sostenibilità del piano economico-finanziario dell’opera e otto giorni dopo Eurolink annunciò il suo recesso.
Ma la vicenda non terminò qua. Sempre nel 2012, il Governo di prese 540 giorni per verificare se ci fossero ancora le condizioni per costruire il ponte, concedendo al Cipe 300 milioni per l’indennizzo a Eurolink. Iniziò una nuova trattativa tra la Stretto di Messina ed Eurolink, con quest’ultima che voleva confermare il recesso (con il relativo indennizzo) e la prima che ne contestava la validità. Il 1° marzo del 2013, venne posta in liquidazione la Stretto di Messina.
In una situazione normale, la questione sarebbe chiusa da tre anni, ma in Italia no. Prima di tutto venne nominato un commissario per la liquidazione, che avrebbe dovuto completarla entro un anno dalla sua nomina (avvenuta il 15 aprile 2013). Secondo la società, la liquidazione non sarebbe possibile perché non ci sarebbero i presupposti tecnici e giuridici per chiudere il contenzioso con creditori terzi.
Ora, però, la Corte dei Conti ha perso la pazienza, anche perché seppure in liquidazione, la società costa parecchio allo Stato, pur non avendo dipendenti dal 2014 (che sono stati trasferiti all’Anas), pur avendo chiuso gli uffici di Messina e ridimensionato quelli di Roma e dismessi alcuni asset, come una stazione meteo a Messina e una rete di monitoraggio ambientale. Nel 2015, la Stretto di Messina ha speso 1.856.00 euro e per il 2016 è stimata una spesa di 1.390.000 euro.
La relazione della Corte precisa che la società ha speso 1.630.00 euro per servizi, 188mila euro per godimento di beni di terzi, 26mila euro per oneri diversi di gestione e 4mila euro per materie prime, di consumo e merci. La voce sui servizi comprende 963mila euro per personale distaccato per gestire la liquidazione, 334mila euro di prestazioni professionali di terzi (soprattutto avvocati), 135mila euro di emolumento per il liquidatore, 95mila euro per emolumenti al collegio sindacale. La voce di godimento dei beni di terzi comprende 148mila euro di affitti.
Resta ancora aperta la vertenza con Eurolink, che vuole un indennizzo per la mancata costruzione dell’opera. Perfino la stessa Stretto di Messina ha chiesto nel 2013 un indennizzo di 325.750.660 euro, in quanto concessionaria dell’opera. Quest’ultima richiesta è stata dichiarata inammissibile dalla Presidenza del Consiglio. A tale proposito, la Corte dei Conti dichiara che “tale contrasto tra l’ente strumentale e l’amministrazione statale risulta contrario ai principi di proporzionalità, razionalità e buon andamento dell’agire amministrativo, tenuto anche conto che quanto eventualmente ottenuto in sede di contenzioso ritornerebbe agli azionisti pubblici, dopo l’estinzione della società, come chiarito anche nel bilancio”. Ma nel novembre del 2016, la Stretto di Messina ha confermato la sua richiesta d’indennizzo. La Corte dei Conti boccia anche altre richieste della società relative a un contributo in conto impianti e per la progettazione preliminare.
È incorso anche il contenzioso con Eurolink, che chiamò in giudizio nel marzo del 2013 la concessionaria e il Governo, chiedendo un risarcimento di 700 milioni. Un altro ricorso, con richiesta di 90 milioni, fu presentato nel marzo 2014 dal project management consulting e nel marzo del 2015 i due ricorsi vennero accorpati e si attende ancora un verdetto.
Al termine della relazione, la Corte dei Conti chiede “iniziative volte a rendere più celere la liquidazione della concessionaria“, anche perché le cause con le parti private “si protrarranno ancora per un lungo periodo” e “la sopravvivenza della società ha comportato una costosa conflittualità fra entità che dovrebbero, al contrario, agire all’unisono nel superiore interesse del buon andamento amministrativo”. E nel frattempo, la società deve ridimensionare ulteriormente i suoi costi.
RELAZIONE CORTE DEI CONTI SU STRETTO MESSINA GENNAIO 2017

Tratto da: http://www.trasportoeuropa.it/index.php/infrastrutture/tutte-infrastrutture/15835-corte-conti-chiede-rapida-chiusura-societa-stretto-messina

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