24 Giugno 2024
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Logistica green: costo o investimento? Opportunità o nuova leva di marketing?

La logistica verde sta sempre più diventando ingrediente assolutamente indispensabile di discussioni, dibattiti e comunicazioni aziendali.

Aderire al concetto di logistica green è considerato inevitabile ed opportuno sul piano della reputazione aziendale per dimostrare di essere pienamente responsabilizzati sulla necessità di prevedere uno sviluppo delle attività d’impresa che limiti l’impatto sull’ambiente derivante dal consumo di energia, dall’emissioni di gas ad effetto serra, dallo sfruttamento delle risorse naturali o dall’occupazione del suolo.

Fortunatamente, occorre dirlo, questo non è un atteggiamento generalizzato né, speriamo, prevalente.

Tuttavia, la schiera di aziende, senza distinzione di dimensione e di collocazione geografica, che dichiarano di non ricevere dalla propria clientela una reale domanda di servizi sostenibili, non appare minoritaria.

Nel mondo degli spedizionieri, ad esempio, come ha recentemente rilevato The Loadstar, la pressione su costi e tempi oscurano spesso le preoccupazioni relative alla sostenibilità dell’operazione offerta.

In generale, la percezione degli spedizionieri delle PMI è che le discussioni sull’importanza della sostenibilità siano più un “esercizio di marketing a favore del marchio”, che il frutto di un’effettiva esigenza ambientale.

Un atteggiamento piuttosto diffuso nel settore della logistica è quello di sottovalutare le ricadute dei diversi processi legati alla supply chain sull’ambiente, dall’approvvigionamento delle materie prime, alla loro trasformazione, allo stoccaggio, al packaging, alla distribuzione sino alla gestione della fine del ciclo di vita dei prodotti.

Ciò avviene anche perché molti fattori, quali l’esternalizzazione dei processi e la percezione che la logistica sia un costo da ridurre il più possibile, tendono a distorcere gli effetti dell’impatto ambientale delle varie operazioni.

Questa visione finisce per escludere la necessità di investimenti non ritenuti indispensabili o necessari a mantenere la competitività delle aziende.

La sostenibilità inoltre non viene adeguatamente comunicata alla clientela, ed al pubblico in genere, come un investimento futuro e si va affermando la convinzione che il “greenwashing” abbia più la capacità di stimolare la discussione che generare cambiamenti reali.

In questo scenario, certamente non positivo, l’Unione Europea si contraddistingue per un atteggiamento unanimemente riconosciuto come costruttivo.

La politica comunitaria, infatti, ha imposto severi vincoli per raggiungere la cosiddetta “crescita verde”, intesa come possibilità di garantire lo sviluppo economico nei paesi membri senza danneggiare l’ambiente e senza esaurire le risorse naturali.

Essa si basa sul Green Deal europeo i cui obiettivi principali si riassumono nella riduzione dei gas serra entro il 2030 ed il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. 

A tal fine è stato predisposto un pacchetto di iniziative strategiche che toccano diversi settori coinvolti nel processo di transizione verde e che prevedono la strutturazione di adeguate normative.

Il percorso è lungo ma chiaro e le aziende sono chiamate a collaborare adeguando i loro comportamenti. 

Significativo a tale riguardo quanto lo stesso The Loadstar riporta relativamente al fatto che quasi il 75% dei prodotti sul mercato vanta catene di approvvigionamento sostenibili ma alla luce di controlli della Commissione Europea oltre la metà di queste sono risultate vaghe, fuorvianti o infondate, con quasi il 50% delle etichette ecologiche riportanti indicazioni deboli o non sottoposti a procedure di verifica.

Le nuove normative comunitarie imporranno requisiti minimi per le aziende che rivendicano processi ed etichette sostenibili, contribuendo non solo  ad una doverosa trasparenza sul mercato ma anche stimolando i diversi player, piccoli e grandi, a conformarsi alle norme per evitare sanzioni economiche e di immagine.

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